Uno dei fondamentali indicatori della natura di una stella è il colore. Esso dipende dalla temperatura della sua superficie; a temperature più elevate corrispondono lunghezze d’onda minori. Le stelle meno calde irraggiano principalmente luce rossa, e per temperature crescenti i colori sono arancione, giallo bianco e azzurro. Gli astronomi non misurano però il colore di una stella in una singola lunghezza d’onda, ma di almeno due. Confrontano le due lunghezze per determinarne poi la temperatura. Il primo sistema standard di misurazione di colore risale all’ultimo decennio dell’Ottocento, grazie ad
Edward Pickering: esso si fondava su misurazioni eseguite nella luce blu e in quella gialla. Verso il 1950 si impose il sistema
UBV: questo sistema funziona in base a misurazioni su tre lunghezze d’onda; l’ultravioletto a 360 nm, il blu a 420 nm e la luce visibile a 540 nm. Il numero di informazioni raccolte è maggiore grazie ad un confronto più meticoloso.
Il colore ci consente di conoscere delle composizioni chimiche persino di alcuni gas o polveri fluttuanti a migliaia di anni luce e di determinare la temperatura dei corpi. Gli atomi di ogni tipo di elemento producono delle righe caratteristiche nello spettro. Potremmo dunque distinguere due funzioni del colore: da un lato esso è un’informazione a noi “invisibile” che ci rivela la natura di un corpo reale, ma lontanissimo, dall’altro esso è un mezzo “visibile” che interpreta ed evidenzia con contrasti netti e saturazione accentuata. Quest’ultima operazione consente di far risaltare da un cielo buio degli oggetti di luce, disegnati da colori accesi nei più piccoli dettagli.